L'Eging moderno
25 Ottobre 2010La pesca dei cefalopodi come seppie e calamari è drasticamente cambiata negli ultimi anni. Da amante della traina col vivo ricordo con piacere e …. sofferenza le molte ore passate di notte a trainare a calamari, prima di iniziare la pesca di dentici e ricciole. Spesso, avvicinandomi con la barca a porti e viali illuminati che, come si sa, proiettano il fascio di luce sull’acqua ed attirano irrimediabilmente piccoli pesci e predatori al seguito, notavo schiere di pescatori che, con lenza a mano e totanara in piombo lanciavano lontano facendo roteare l’esca come una fionda. I colleghi giapponesi che praticano a migliaia questa tecnica rabbrividirebbero nel vedere simili scene, compiute comunque con abilità ed efficacia. Loro ci insegnano che questa pesca può, anzi deve, essere fatta con canna e mulinello, mettendo in pratica un’azione di pesca decisamente singolare.
La canna. La canna deve avere caratteristiche decisamente particolari; deve essere di azione fast, per mantenere un contatto diretto con l’artificiale ma al contempo deve avere anche un’azione profonda per non slamare le tenere carni di questi pregiati e strani molluschi. Gli anelli devono essere in numero sufficiente a non creare problemi d’ingarbugliamento visto che la pesca si svolge di notte e devono essere in SiC, per la tendenza ad utilizzare multifibra molto sottili.
Il mulinello. Il mulinello non deve avere caratteristiche particolari se non quelle di contenere nella sua bobina una quantità sufficiente di multifibra al massimo dello 0.10. Anche la fluidità degli ingranaggi è importante, come la capacità ad imbobinare il filo in maniera perfetta, visto che l’azione di pesca consente anche recuperi con lenza leggermente in bando. I mulinelli di taglia 2500 si prestano egregiamente allo scopo essendo capienti ed al contempo leggeri.
Il filo. Come abbiamo detto si usa il trecciato, soprattutto per la totale assenza di elasticità che consente tempi di reazione molto precisi. Le seppie ed i calamari non sono grandi combattenti, per via della taglia e della morfologia, pertanto un esile 0.06 basta ed avanza. In genere si consiglia di utilizzare fili un po’ più robusti, intorno allo 0.10 per poter forzare di più l’artificiale in caso d’incaglio. Non essendo dotato di ancorette, bensì di una (o due) sottile corona di spilli, in caso di arrocco si può tentare di “aprire” la corona per liberare l’artificiale, mossa che spesso ci consente di non perderlo.
L’artificiale. Gli Egi sembrano tutti uguali ma il comportamento cambia da modello a modello, semplicemente mettendoli in acqua. Solo quelli ben bilanciati riusciranno a riprodurre i movimenti convulsi del gamberetto convincendo i cefalopodi all’attacco. E’ bene disporre di un buon quantitativo di artificiali di colori e taglie diversi in quanto le condizioni possono cambiare così come i volubili gusti di questi predatori, sempre pronti a smentirci una volta che ci siamo fatti una convinzione ben precisa.
L’azione di pesca. Il recupero deve essere assolutamente non regolare. Fondamentali sono i giochi di polso in verticale, seguiti da lunghe pause per permettere all’Egi di riguadagnare il fondo. Spesso è in questa fase che avviene l’attacco ed allora dovremo iniziare un recupero lento e costante provvedendo nel contempo anche a manovrare il guadino, visto che tirare su di peso questi animali dalle carni tenerissime sarebbe altamente controproducente.






